lunedì 14 giugno 2010

La via di Pomigliano

La possibilità per il rilancio del settore manifatturiero "classico" in Italia passa in questi giorni da Pomigliano.


Chi lavora nel settore Auto sa bene che la fabbrica Fiat di Pomigliano è l'emblema di come non dovrebbe lavorare una fabbrica moderna di produzione. Le motivazioni, probabilmente, partono da quando lo stabilimento era Alfa, con delle caratteristiche che lo avvicinavano più ad un Ministero che ad una fabbrica di auto e proseguono poi con tutta una serie di cosidetti "diritti acquisiti" figli più di scelte politiche che aziendali.


Il problema è che oggi la Fiat chiede che questi "diritti acquisiti" vengano ridimensionati, che detta così suona parecchio male, ma che, a mio parere invece, deve partire da cosa questi diritti sono. Ad esempio, su 8 ore di turno il lavoratore di Pomigliano ha diritto a 40 minuti di pausa; l'azienda chiede che scendano a 30. Si chiede disponibilità di 80 ore a lavoratore di straordinario all'anno (pagate come straordinario, ovviamente). Si chiede di combattere l'assenteismo che, nella stagione estiva ha punte superiori al 20% ... in pratica significa che l'azienda deve tenere una riserva di 20 lavoratori ogni 100 al giorno per essere sicura di poter far funzionare le proprie linee produttive.


Cosa da in cambio la Fiat? 700 milioni di investimento e, soprattutto, la sopravvivenza dello stabilimento con lo spostamento, dalla Polonia, della produzione della Panda. Ora, per chi non lo sapesse, in Polonia il lavoro costa 1/5 rispetto all'Italia e in Polonia la Fiat produce le sue due vetture più vendute (Panda e 500). Con questa mossa Fiat ci sta dicendo che, a determinate condizioni, è ancora possibile produrre auto in Italia anche considerando i vantaggi in termini di risparmio di costi che ci sono nell'est europeo ... e Fiat, come qualsiasi altra azienda, non fà un piacere all'Italia, evidentemente ci guadagnerebbe.


Oggi la Fiom, nonostante la CGIL non sia della stessa opinione, non firmerà questo accordo. Oggi la Fiom, nel rifiutare il referendum fra i lavoratori, dirà ai dipendenti di Pomigliano che preferisce una fabbrica chiusa e la Cassa Integrazione per tutti, piuttosto che ragionare su una nuova logica produttiva; e lo dirà a tutti i lavoratori del gruppo torinese ed a tutto l'indotto, che in Italia significa oltre 100.000 persone.


L'unica speranza è che siano i lavoratori stessi, partecipando in massa al referendum, a dire alla Fiom che questo modo di fare sindacato, oltre che essere irresponsabile, è anche anni luce lontano dal rappresentare i loro interessi.

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